NORCIACLICK- ONORE AL CAPITANO DELLE MONTAGNE STEFANO ZAVKA, 20 LUGLIO 2007

luglio 18, 2008 alle 12:16 pm | Pubblicato su redazioneclick | Lascia un commento
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CAPITANO DELLE MONTAGNE STEFANO ZAVKA

A STEFANO MAI DIMENTICATO


Servizio Speciale curato da

Pierfrancesco PONTECORVO

La storia Dalle prime esperienze sull’Appennino alle grandi imprese.
Ritratto dell’alpinista ternano disperso sul K2 esattamente un anno fa.

Stefano Zavka, il cuore oltre la vetta

Il racconto degli amici: di lui ricorderemo sempre la semplicità, la modestia e quel ciuffo ribelle che si arricciava nervosamente

A volte, quando si è in montagna, serve più coraggio per scendere, per tornare indietro, piuttosto che per continuare a salire. Finché ci sono le forze si prova a fare un altro passo e poi un altro ancora fino al punto in cui non si può andare oltre, la vetta. La cima del K2 Stefano Zavka l’aveva sognata per anni. Nel 2004 ci era andato vicinissimo fermandosi sotto il “collo di bottiglia”, a quota 8000 metri. Durante una bufera aveva perso i guanti termici ed era stato costretto a fermarsi. Lo scorso 20 luglio, l’alpinista ternano non se l’è sentita di fare un altro dietro front e così, malgrado la stanchezza, l’ora tarda e una perturbazione in arrivo, ha voluto raggiungere la vetta e guardare finalmente il mondo ai suoi piedi.

Incoscienza? Forse, ma a quelle altezze, senza ossigeno e senza bombole, la testa funziona meno del cuore e la passione ti spinge sempre più in alto. La montagna Stefano ha cominciato ad amarla da piccolissimo. Il papà Sergio è uno dei pionieri della scalata in Umbria, la mamma una infaticabile camminatrice: con i genitori ha attraversato i più bei sentieri delle Alpi e degli Appennini, roccia e neve sono nel suo Dna. A 17 anni ha iniziato ad arrampicare con il Cai di Terni. è lì che ha conosciuto Lorenza Moroni, che in breve sarebbe diventata la sua più cara amica. «All’inizio lo prendevamo in giro tutti perché in parete era molto goffo – ricorda divertita – poi, con tenacia, ha cominciato ad arrampicare tutti i giorni ed è diventato bravissimo».

Tra il 1992 e il 1993 ha “chiuso” tutte le vie più difficili del Gran Sasso e alla passione per il free climbing ne ha aggiunta un’altra, la bicicletta. «A quel tempo – racconta Lorenza – Stefano faceva delle cose impossibili: partiva in bici da Terni e arrivava fino al Gran Sasso dove mollava i pedali per arrampicare. Poi, sempre su due ruote, tornava di nuovo in Umbria». Scalatore, ciclista, ma anche ottimo sciatore. Nel suo curriculum c’è la prima ripetizione in solitaria del “Nagual e la Farfalla” una delle vie più impegnative del Corno Grande del Gran Sasso, aperta nel 1987 in otto giorni non consecutivi da un gruppo di alpinisti e da allora mai più tentata da nessuno. Nel 2001 lui c’è riuscito da solo e in appena due giorni. «Lo faceva per passione non certo per raccontarlo in giro», ci tiene a precisare Lorenza. «Chissà quante cose avrà fatto che noi neppure sappiamo, lo vedevi la sera e con la massima semplicità del mondo ti diceva ‘domani vado a fare la Farfalla’». Per questo, forse, il suo riccio è più leggendario delle imprese che ha compiuto. Il gesto nervoso con cui torturava quel ciuffo, che spuntava dalla capigliatura poco curata, dà il nome ad una via aperta dai suoi amici sui monti vicino Terni, che si chiama proprio “Mi faccio il riccio”. Dopo il servizio militare, inutile dirlo, nel corpo degli Alpini, per Stefano è arrivato il momento di cominciare a lavorare. Ma come si poteva costringere uno spirito libero come il suo a chiudersi nell’impresa paterna? In testa aveva solo la montagna.

E così, un giorno, la famiglia Zavka al gran completo si è presentata a Ponte Felcino dalla ditta Amorini, specializzata nella vendita di attrezzature tecniche per l’arrampicata e l’alpinismo. «Ci serviva un rappresentante – racconta Alessandra Amorini, responsabile dell’ufficio vendite – lui i materiali li conosceva benissimo e così lo abbiamo preso. Gli voglio un bene dell’anima, ma non si può dire che fosse proprio il suo lavoro». Stefano voleva solo arrampicare, finito di lavorare si infilava la tuta e andava in palestra. «A volte, durante la pausa pranzo, andava a correre poi, senza doccia, si rimetteva i vestiti e andava da clienti. Era fatto così – continua Alessandra – la persona più distratta che abbia mai conosciuto si perdeva sempre tutto.

Spesso rientrava la sera tardi con la macchina aziendale e non c’era verso che si ricordasse dell’allarme. Quando scattava, mia madre con affetto diceva ‘è tornato Stefanino’». Nel 2004, messo da parte momentaneamente il lavoro, Stefano ha deciso di diventare la prima guida alpina umbra. Un corso durissimo, ma a lui le cose semplici non sono mai piaciute. Così, per non farsi mancare niente, contemporaneamente ha voluto seguire l’addestramento per conseguire il titolo di Guida del parco. «Il modo in cui lui ha portato avanti due impegni tanto gravosi ci ha stupito tutti. E’ capitato che si presentasse a Sabaudia, sul mare, con la macchina piena di sci e piccozze perché tornava dalla montagna», dice Michele Sensini, socio dell’Associazione Guide del Parco dei Monti Sibillini e suo compagno di corso. «Le nostre guide – prosegue – sono interessate soprattutto alle tematiche ambientali e non sono esperti alpinisti come Stefano: noi lavoriamo con le scuole e con i bambini, ma per lui portare dei ragazzi a vedere le fioriture primaverili o degli appassionati sulla parete Nord del Monte Bove era più o meno lo stesso perché l’importante era stare in montagna. La sua passione e la sua competenza hanno valorizzato la nostra professione. Per questo abbiamo voluto che fosse lui il presidente della nostra associazione». Malgrado la sua modestia, il curriculum di Stefano Zavka era conosciuto in tutta Italia e non solo. La sua partecipazione alla spedizione del cinquantenario della conquista del K2, nel 2004, non deve quindi sorprendere. Fallito il primo tentativo, Stefano non vedeva l’ora di riprovarci. Lo scorso inverno, un amico gli ha presentato l’alpinista laziale Daniele Nardi che stava organizzando per l’estate una spedizione proprio sul K2. Neppure la slavina che ad aprile, in Val d’Aosta, lo ha sepolto per 40 minuti sotto la neve ha potuto fermarlo. La sua temperatura corporea era scesa a 28 gradi, pochi sarebbero sopravvissuti. Una settimana dopo lui era già tornato sugli sci. E così, all’inizio di luglio, è partito per l’Himalaya. «Io guidavo la spedizione Mountain Freedom – racconta Daniele Nardi – ricorderò sempre il momento in cui abbiamo preparato il campo 3. Dovevamo scavare la buca per la tenda e così, a 7000 metri, senza dire una parola, abbiamo cominciato a togliere la neve: cinque palate io, cinque lui. Poi, finito il lavoro, siamo scoppiati a ridere e ci siamo buttati sulla neve». L’ultima volta che Daniele Nardi ha visto Stefano, è stato poco sotto la cima del K2. «L’avevo raggiunta per primo e stavo scendendo – dice – era tardi, ho cercato di dissuadere sia lui sia Mario (Vielmo, compagno di cordata di Stefano ndr), gli ho detto che mancava ancora un’ora e mezzo. Lui, con una calma e una semplicità incredibili in quella situazione, mi ha risposto: ‘Daniè, in mezz’ora sono su’». è stato di parola, ma da quella vetta Stefano non è più tornato. Ciò che è successo è un segreto che appartiene al K2.

Le foto a corredo degli articoli pubblicati, furono gentilmente concesse direttamente da Stefano Zavka a Mariolina Savino per le varie pubblicazioni fra cui la rivista Umbria & Campanili che riporta nelle copertine le imprese dell’indimenticabile “Capitano delle montagne”.

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